mercoledì 21 dicembre 2011

BUON NATALE a tutti noi!

Vorrei un Natale spericolato, tranquillamente spericolato.

Un Natale con i regali solo ai bambini con la sorpresa e non la lista come ai matrimoni.
Un Natale con il coraggio di cantare per strada.

Un Natale senza film-panettone sbandierato in tv anche dentro casa mia.
Un Natale-natale, stellato, bambino, innocente.

Un Natale  in cui non ci devono per forza ricordare che questa festa l’hanno inventata prima di Gesù perché non me ne importa.
Vorrei un Natale con il berretto di lana in testa e i calzettoni di lana.
Vorrei un Natale arcobaleno.
Un Natale profumato di ginepro.

BUON  NATALEEEE!

lunedì 19 dicembre 2011

Pinocchio impiccato perchè non sa "gestire" il denaro? - di Mariaserena

Potenza del denaro e dell'avidità
Gli "assassini" sanno attendere,
ma il povero Pinocchio
rischia di morire;
anche per ignoranza?

Dove eravamo rimasti?
Non è così importante. Pinocchio è uscito a puntate, fu scritto prima per acconsentire a una richiesta dell’editore, ma poi a furor di… ragazzi. Dunque non ha bisogno di esser letto tenendo conto di un inizio, uno sviluppo della trama e un finale di tradizione.
In compenso, però, è un libro per tutte le stagioni e bisogna leggerlo e rileggerlo..
Prendiamo, ad esempio, il capitolo quindicesimo che si apre, come tutti i capitoli, con una breve sintesi introduttiva:

Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto lo impiccano a un ramo della Quercia grande.
Più chiaro di così.
Gli assassini, che non sono altri che il Gatto e la Volpe mascherati in modo da non poter essere riconosciuti, sanno che Pinocchio ha con sé quattro zecchini d’oro e lo vogliono derubare.
Pinocchio li aveva però nascosti in bocca, come farglieli sputare?
Leggiamo:
… sentì afferrarsi per il collo, e le solite due vociacce che gli brontolarono minacciosamente:
— Ora non ci scappi più!-.
Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.
— Dunque? — gli domandarono gli assassini — vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah! non rispondi?… Lascia fare: che questa volta te la faremo aprir noi!… —
E cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi,zaff e zaff… gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d’un legno durissimo, motivo per cui le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
— Ho capito; — disse allora uno di loro — bisogna impiccarlo. Impicchiamolo!
— Impicchiamolo — ripetè l’altro.
Detto fatto gli legarono le mani dietro le spalle, e passatogli un nodo scorsoio intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta la Quercia grande.  Poi si posero là, seduti sull’erba, aspettando che il burattino facesse l’ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.

Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero sghignazzando:
— Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la garbatezza di farti trovare bell’e morto e con la bocca spalancata.―

L’attualità di questo libro è impressionante. Non sempre chi vuole ottenere denaro è disposto a guadagnarlo onestamente. A volte considera più semplice ottenerlo con la prepotenza, la violenza, il crimine. Questa è storia vecchia, ma  l’attualità di Pinocchio non sta in questo. La cosa interessante è un dettaglio non proprio trascurabile:  Pinocchio, in realtà, non sa come custodire il suo piccolo tesoretto e… se lo mette in bocca. Una scelta non particolarmente felice. Se lo inghiottisse lo perderebbe o peggio, se non lo inghiotte, invece potrebbe soffocare. Come mai è così goffo? Potremmo fare molte altre osservazioni in proposito, ma una, a me sembra, potrebbe essere conclusiva: Pinocchio non sa né custodire né usare bene il denaro. 


Sa quanto sia importante, sa che sia lui sia suo padre Geppetto sono poveri in canna, sa anche che quel denaro risarcirebbe Geppetto che ha venduto la giacca per comprargli il libro per la scuola; eppure non sa usarlo, si comporta da ingenuo e finisce nelle mani degli “assassini”.
Invece questi ultimi sanno bene cosa fare e, privi di scrupoli come sono, hanno trovato anche il modo di rubarglielo senza fatica.
Potremmo (per paradosso assurdo e tanto per alleggerire una situazione di per sé macabra) dire che i due assassini sono degli esperti profittatori che conoscono alcuni sistemi per arricchire, mentre Pinocchio è non solo un inesperto, un ingenuo e un facilone; ma non capisce nulla di economia.
Il denaro, che problema! Specialmente in tempo di crisi. Tornassi ragazzina mi proporrei di studiare economia e mercati; invece ho letto e riletto Pinocchio fin da piccola, e solo ora mi accorgo che Carlo Collodi me l’aveva suggerito per tempo.

Buon Natale, Teste_Pensanti!

domenica 18 dicembre 2011

CORREGGERE NON E' DIFFICILE

Prima media.
Ad un tratto ci siamo trovati davanti ad un dubbio grammaticale: ci impegniamo o ci impegnamo? Con o senza la i?
La risposta, per noi alunni, non era scontata. Alcuni affermavano che si scriveva con la i, altri dicevano il contrario. E ancora, disegnamo o disegniamo? La risposta non era semplice, eravamo molto confusi.  Problema aperto. Come fare a capire qual era la forma giusta?
Siamo andati a cercare le risposte.
Per prima cosa siamo andati sulla homepage di Google e sulla barra di ricerca abbiamo scritto coniugatore di verbi. Sono comparsi molti risultati. Abbiamo cliccato sul primo
 http://www.italian-verbs.com/verbi-italiani.htm:


Poi, seguendo le istruzioni, abbiamo inserito la forma verbale da coniugare, in questo caso impegnarsi senza la i. Abbiamo cliccato su coniuga 


ed è apparsa una pagina con il verbo coniugato in tutti i modi e tutti i tempi
Secondo questo coniugatore la forma corretta era noi ci impegniamo.
Non ci siamo fermati a questo risultato. Abbiamo cercato una conferma su un altro coniugatore di verbi e così siamo andati a esplorare il secondo risultato della ricerca alla pagina http://www.scuolaelettrica.it/quiz/media/classe2/italiano/coniugatore.php


Anche qui abbiamo inserito la forma verbale ma questa volta ci abbiamo messo impegniarsi con la i.  Il risultato che abbiamo ottenuto è stato questo:


In tutti i modi e in tutti i tempi, il verbo era coniugato con la i e la prima persona plurale del presente indicativo ne aveva addirittura due! Ma la cosa ci sembrava molto strana.
Siamo ritornati su Google e invece di un coniugatore di verbi abbiamo cercato un correttore di verbi. Sono comparsi molti risultati. Abbiamo cliccato sul primo: http://www.scuolaelettrica.it/correttore/correttorea.php e abbiamo inserito la voce Impegnarsi.


Abbiamo cliccato su corregga la descrizione. Il risultato di controllo era che non c’era nessun errore ortografico. Impegnarsi era una forma corretta.


Poi abbiamo provato a inserire impegniarsi e in questo caso:


Abbiamo utilizzato lo stesso procedimento per ci impegniamo e ci impegnamo. Le risposte corrette: impegnarsi/ci impegniamo.
Abbiamo utilizzato un coniugatore dei verbi e un correttore dei verbi. Abbiamo cercato anche un verbiario.
Ne abbiamo trovato uno a questo indirizzo http://www.archivium.biz/index.php. E’ un sito utilissimo! 


I dubbi grammaticali si possono risolvere facilmente attraverso gli strumenti digitali che abbiamo utilizzato. In alternativa avremmo potuto utilizzare il controllo ortografia e grammatica (strumenti Word) o il dizionario ma abbiamo fatto finta di non saperlo.
CIVI'

giovedì 15 dicembre 2011

PICCOLA STORIA OFF TOPIC


Prologo
Prima media.
Lettura del post.
“Su un albero ci sono dieci uccellini. Arriva un cacciatore e ne spara sei. Quanti uccellini rimangono sull’albero?”.
Primo punto di vista: 10 – 6 = 4 per far contenti cacciatore, maestra e direttore scolastico …
Secondo punto di vista: 10 – 6 = 0 perché gli uccellini non sono stupidi e scappano… reprimenda per il cacciatore, maestra e direttore… E poi, se questa cosa l’ha pensata la prof. quando era alle scuole elementari… non si può che essere d’accordo con lei…
Lettura dei commenti al post.
Dice la prof.: “E poi, come si fa a contare quanti uccellini ci sono sul ramo? Possiamo solo dire che ce ne sono molti o pochi rispetto a quelli che osserviamo su un albero vicino”… 
E, se questa cosa l’ha scritta e l'ha detta la prof,  sarà più che vera… e si può dire anche che è giusta… vero= giusto=prof …
Campanella. Ritirata strategica.


Epilogo
La notte porta consiglio. Ai ragazzi.
Attacco a sorpresa alla prof….
“…Ma non possiamo dire nemmeno che ce ne sono pochi o molti rispetto a quelli che osserviamo sull’albero vicino. Gli uccellini non stanno mica fermi, mica volano solo se gli spara il cacciatore… quelli si muovono in continuazione… come facciamo a dire dove ce ne sono di più e dove ce ne sono di meno?....”. 
E ancora: “Forse solo se fotografiamo i due alberi possiamo contare o fare il confronto”....
“Sì, ma quella fotografia non dice la verità perché quella fotografia parla solo degli uccellini che ci sono al momento dello scatto, non di quelli che c’erano prima e di quelli che ci sono dopo”.
“Ma allora, si può sapere quanto fa 10-6?”.
“Dieci meno sei fa sicuramente quattro per la calcolatrice e fa zero per gli uccellini sugli alberi!"
To be continued

domenica 11 dicembre 2011

COME L'EQUILIBRISTA SUL FILO


Adolescenza e rapporto con i genitori. Il discorso si sposta sul rendimento scolastico e sui voti.
Seduta in mezzo ai miei ragazzi, appunto i loro interventi.
- Io non direi mai quando ho una nota o vado male a un compito.
- La cosa che temo di più di dire a casa per non deludere i miei genitori è quella che ho preso un brutto voto.
- A volte prendo un brutto voto perché magari in una certa materia non sono capace di dare il massimo. Se vado male non ho il coraggio di esprimermi con i miei genitori.
- Quando accade una cosa spiacevole, io la dico sempre ai miei genitori, ma mi arrabbio e mi innervosisco quando loro vogliono conoscere il fatto nei minimi dettagli.
- Un’ora di scuola alla settimana va più che bene.
- A volte mi innervosisco perché i miei genitori si aspettano troppo da me.
- Sto diventando adolescente e ho bisogno di più controllo. Voglio essere aiutato non solo nello studio ma anche nella vita, altrimenti odio tutto e non mi piace più niente. Gli adulti non devono soltanto leggere e correggere i miei compiti, voglio che mi aiutino anche nelle decisioni.
- Ogni volta che prendo un brutto voto ho paura. Perché? Perché ogni volta che lo dico ai miei, mi fanno una ramanzina. Ed è quello che odio.


Dei ragazzi devi conoscere i sogni, le paure, i desideri.
E capisci anche che la cosa è piuttosto complicata. Devi fare un passo alla volta, come l’equilibrista sul filo.

mercoledì 7 dicembre 2011

# 31 #


Un documento importante per un ragazzo molto importante.
# 31 # è la funzione “anonimo” usata per alcuni cellulari. È questo il nickname scelto per il primo ingresso in questo blog.

Essere adolescenti oggi significa diventare maturi, conoscere nuove persone ed innamorarsi.
Non è vero quello che dicono i nostri genitori cioè che abbiamo i problemi ma sono i nostri genitori che hanno i problemi. Sì, va bene che noi abbiamo i problemi con la scuola e soprattutto con i compiti, ma per me questi non sono grossi problemi.
Intanto i genitori concedono un po’ di autonomia: la pizza con gli amici, passeggiate, andare al centro commerciale ecc.
Un altro aspetto della adolescenza è che ti avvicini all’età di guidare il motorino.
#31#

martedì 6 dicembre 2011

IMPARARE A STARE MEGLIO

Io e i miei ragazzi andiamo in giro per blog. Tutti insieme. Chi trova una notizia interessante, la legge ad alta voce. Circa un mese fa abbiamo letto questo post.
A molti è piaciuta l’idea dei pensieri vaganti.
Oggi ho preso atto che “a volte ritornano”. I pensieri e le parole, dico, i pensieri e le parole che i ragazzi fanno finta di farsi scivolare addosso.

Leta ha conservato la memoria dei pensieri e delle parole.

Mentre in classe si leggeva storia, io ho sfogato la mia rabbia scrivendo un’intera pagina di “ti odio”. Ce l’avevo con una persona che mi ha provocato tanta sofferenza.
Quando la professoressa mi ha visto, mi sono sentita in imbarazzo. La professoressa mi ha detto che, se volevo, potevo continuare a scrivere.
Il bello è che scrivendo tante volte “ti odio”, riuscivo a seguire meglio la lezione. Credo che odiare sulla carta mi sia servito a scaricare la tensione. Forse ho trovato un modo per stare meglio con me stessa.
LETA 9907

lunedì 5 dicembre 2011

domenica 4 dicembre 2011

COME SAREBBERO ANDATE LE COSE?

Quando frequentavo le scuole elementari, avevo un quaderno di “bella copia”. Era un quaderno senza macchia e senza paura, un documento da mostrare al direttore scolastico.
E ricordo anche il momento della funerea domanda del direttore, la domanda che ci faceva tremare le gambe. “Su un albero ci sono dieci uccellini. Arriva un cacciatore e ne spara sei. Quanti uccellini rimangono sull’albero?”.
Mesi e mesi di calcoli con i ceci e i fagioli non ci avevano messo in grado di dare la risposta che i grandi si aspettavano da noi.
E per dimostrare che il lavoro era stato fatto, ed era stato fatto anche bene, la maestra apriva i quaderni senza macchia e senza paura. Seguivano i commenti del caso.
Quando il direttore lasciava la classe, la maestra, ferita nel suo onore professionale, ci rimproverava aspramente e ci minacciava di bocciatura.
Gli adulti avevano detto, noi no.
E di quegli anni passati a far silenzio e a contare gli uccellini morti, mi è rimasta la tristezza del silenzio e la consapevolezza che gli adulti parlavano troppo spesso in nome e per conto dei più piccoli.
Nessuno si sforzò mai di chiedermi cosa pensavo di quei sei uccellini sacrificati in nome della sottrazione e di quei quattro che erano riusciti a scappare. Sull’albero non potevano essere rimasti degli uccellini, era ovvio. Gli uccellini non sono stupidi, questo mi aveva insegnato mio padre cacciatore.
A casa lo scrissi su un quaderno ma la cosa rimase tra me e il quaderno. Il direttore aveva detto quattro, quella era la risposta giusta. Per tutti, maestra compresa, ma non per me.
Come sarebbero andate le cose se, per dire la mia, avessi usato un blog invece di un quaderno?

sabato 3 dicembre 2011

GRAZIE A TUTTI


Era da un po’ di tempo che non riuscivamo più a visualizzare i lettori fissi del blog. Abbiamo cambiato browser e abbiamo fatto bene.

Anche a nome dei ragazzi, grazie a Virgì, a Maestra B, a Hanny, a Pasquale, a Danila, a Vittoria, a Elena, a Vittoria, a Daniela, a Daniele, a Loretta, a Mariaserena, a Teresa, a Dr. House .... .... ....
Fermina Daza

giovedì 1 dicembre 2011

INFORMAZIONI DI SERVIZIO

Per i ragazzi della prima... e anche per quelli della seconda.
Come creare un account google.

Prima parte


Seconda parte

martedì 29 novembre 2011

VISIONI

Creare trame da trasformare in fiabe, filastrocche, pagine di diario, biografie, autobiografie, racconti di mostri e di troll. Storie da recitare e mimare. Storie da guardare. Storie che si sciolgono sul foglio. Storie di storie da leggere oltre le parole. Oltre la playstation.

Vorrei diventare il Signore dell’Oceano per poter esplorare i misteri del mare e delle strane creature dai tentacoli mostruosi. In mano vorrei avere un tridente per trasformare gli esseri umani in animali inabissati che ingoiano le navi facendole sparire.
Ad un certo punto mi trasformo in un uccello malvagio e con le ali divido le acque. Dal mio becco esce un vento gelido che trasforma il mare in una lastra di ghiaccio.
Da lontano vedo rompersi il ghiaccio e fuoriuscire centauri e creature con tre teste che infuocano tutto ciò che trovano davanti, trasformando l’inferno di ghiaccio in inferno di fuoco.
VITO15

lunedì 28 novembre 2011

CHE BELLO!

La scuola in movimento

LE PRINCIPESSE E I CALCIATORI

Prima media.
Pensare a nuovi modi di essere e di fare. Interrogarsi su come poter cambiare. Sognare spazi e tempi diversi per l’apprendimento. Essere in grado di andare oltre ciò che si vede. Proporre.

Io la scuola la vorrei grande come una piazza e con più colore. Perché la nostra scuola ha bisogno di colore e di spazio. E vorrei anche che ci fossero più ore per imparare di più. E anche se le materie sono tante non fa niente se c’è spazio per divertirsi anche studiando.
Io la scuola la vorrei divisa a metà fra maschi e femmine. Vorrei che ci fosse questa divisione perché i maschi hanno un modo tutto diverso di fare rispetto alle femmine. E poi via i libri, via i quaderni. Noi abbiamo bisogno del cartaceo, è vero, ma anche del digitale. Perché con il cartaceo spendiamo tanti soldi e ci sono persone povere che non possono comprare materiale per la scuola. Sarebbe meglio il digitale perché i nostri genitori spenderebbero di meno e noi ci divertiremmo di più.
Questa è la scuola che sogno e vorrei che questo sogno si avverasse.
Emi

venerdì 25 novembre 2011

STILE FREE

Alla classe viene assegnata un’attività da svolgere. Nessuna consegna in particolare se non quella di portare a termine il compito entro un tempo prestabilito. Alla cattedra un alunno descrive ciò che accade.
Un documento su cui riflettere tutti insieme, alunni ed insegnante, per trovare punti di forza e punti di debolezza della classe. Un invito a considerare punti di vista diversi. Un documento da cui partire per inventarsi spazi e tempi diversi per imparare.

Ci sono alcuni alunni che si concentrano molto e alcuni che parlano tra di loro approfittando del fatto che la professoressa non li guarda. Ci sono alcuni che si girano verso i compagni per ridere o per chiedere un consiglio su cosa scrivere.
C’è chi distrae il compagno mentre svolge l’attività.
C’è chi pensa a un’altra materia e non si concentra sulla cosa che sta facendo.
C’è chi parla in diagonale col compagno più stretto.
Ci sono persone che fanno smorfie per distrarre i compagni.
Ci sono persone che tentano di suonare la diamonica senza permesso. C’è chi fa lo spiritoso suonando per finta.
C’è chi si sposta in continuazione.
Ci sono persone che confrontano i loro testi e correggono in base al testo del compagno di banco.
Soprattutto c’è chi parla ad alta voce.
Certo, ci sono persone che si impegnano ma queste persone forse non sanno che fanno un chiasso tremendo quando si scambiano le opinioni ad alta voce.
Ci sono persone che cercano di concentrarsi, ma con il caos non ci riescono.
Per fortuna, però, ci sono persone anche molto educate.
In una classe di 28 alunni le voci percepite dalla cattedra assomigliano ai cori che si sentono allo stadio o ad una partita di pallavolo.
Rasah Ed Nebectidis

lunedì 21 novembre 2011

PARLIAMO DI FACEBOOK

Le relazioni fuori e dentro la scuola. Dibattito in prima media.
Oggi in classe abbiamo parlato di Facebook, una piattaforma su cui si può creare un profilo personale e chattare con chi si vuole, basta accettare l’amicizia ed è tutto fatto.
Questo discorso ha avuto inizio quando la professoressa ci ha chiesto chi di noi usava Facebook. Molti hanno alzato la mano. Non c’è da meravigliarsi, ormai quasi tutti sono iscritti!
Dopo aver parlato un po’ di questo sito e dopo aver raccontato che alcuni di noi non possono più accedervi con la password, la professoressa ci ha chiesto perché sentivamo il bisogno di andare su Facebook per stare con gli amici se questi amici li incontravamo tutti i giorni a scuola.
Molti di noi hanno risposto che non è la stessa cosa, perché a scuola si va per studiare e non per giocare mentre su Facebook puoi giocare o parlare di altro. Alcuni invece hanno risposto che ci vanno per fare i compiti insieme o per chiedere informazioni su cosa bisogna fare.
Un’altra domanda che ci siamo posti è stata: perché stare su Facebook il pomeriggio, virtualmente con amici, quando invece si potrebbe andare di persona a giocare o uscire con loro? Dopotutto è così bello stare insieme! Quasi tutti hanno risposto hanno dato la stessa risposta: i nostri genitori non ci permettono di uscire perché i pericoli sono infiniti e con tutte le cose che accadono in questi giorni è meglio stare a casa su Facebook. Altri compagni invece hanno detto che non hanno voglia di uscire anche se ne hanno la possibilità.
Successivamente alcuni hanno riferito che gli sono capitate persone sconosciute che volevano l’amicizia mentre altri hanno detto di aver falsificato l’identità personale senza pensare al fatto che anche altre persone potevano fare la stessa cosa. Ma perché correre questi rischi e accettare amicizie di sconosciuti che magari stanno dicendo delle bugie sulla loro identità?
Forse nemmeno Facebook è così sicuro come sembra!

Kisy

giovedì 20 ottobre 2011

Notte, pioggia, vita: e il tempo della semina - Di Mariaserena

"Nella notte scrosciò, venne dirotta/la pioggia, a strisce stridule infinite (G:Pascoli)


Ci svegliamo di notte, anche in questa notte appena trascorsa e che ora cede alle nuvole di un grigio più chiaro del mattino, e sentiamo piovere. Passano attraverso le finestre chiuse i barbagli dei lampi che annunciano scrosci più forti. Alla mia mamma piaceva tanto sentire la pioggia battere sul tetto mentre riposava, e mi ha trasmesso questa sensazione di nido, di protezione, di attesa senza tempo e senza fretta.
Forse in molti abbiamo perso il senso dell’attesa: la pioggia ne è un simbolo.
Sospendiamo tutto: piove. Fermati, piove. Non uscire, aspetta che smetta di piovere. Ma non è solo questo. La pioggia feconda la terra ed è un rito dei lavori dei campi. Nonostante le tecniche moderne la pioggia è ancora fondamentale. La pioggia fa germogliare i semi, dunque la sua acqua può essere vita. La sua acqua non chiede nulla, solo di scorrere naturalmente e senza incontrare opere dissennate che la trasformano in fango rovinoso.
Ma ora mi piace pensare al rito, a quello eterno della terra lavorata, che accoglie i semi e dopo, appunto, attende. La vita rinasce ogni volta che il seme, ed in particolare il seme del grano, sacro all’uomo e a Dio, germoglia di nuovo nel silenzio del grembo oscuro e mite della madre terra.

LA NOTTE (Giovanni Pascoli, Primi Poemetti)

I Nella notte scrosciò, venne dirotta
la pioggia, a striscie stridule infinite;
e il tuono rotolò da grotta a grotta.
Egli, il capoccio, avvolto nel suo mite
tacito sonno, non udiva. Udiva
nascere l'erba. Vide le pipite
verdi. Il grano sfronzò, quindi accestiva.
Nevicava, in suo sogno, a fiocco a fiocco:
candido il monte, candida la riva.
No: quel bianco era fiori d'albicocco
e di susino, e l'ape uscìa dal bugno
ronzando, e il grano già facea lo stocco:
Anzi graniva; ch'era già di giugno.
La cicala friniva su gli ornelli.
Egli l'udiva, con la falce in pugno.
L'acqua veniva stridula a ruscelli.

martedì 18 ottobre 2011

DIARIO


Dodici anni. Raccontare due punti di vista diversi. Mettersi nei propri panni e in quelli di un altro.
Uno spaccato del mondo adolescenziale da leggere con lenti progressive. Oltre le parole dette.
Situazione di partenza : Samantha e il padre hanno discusso a proposito di un tatuaggio. Diario di Samantha/diario del padre.


DIARIO DI SAMANTHA
Uffa, uffa e ancora uffa, mio padre non vuole, perché, dico io, perché… Non è tanto grande, è solo un cuore con un’iniziale dentro, niente altro che un cuore… :-( Papà, solo per uno stupidissimo tatuaggio ti arrabbi così tanto. Ke pizza, perché i genitori dei miei amici sono favorevoli e i miei no? :”((( Stupido PAPINO! -.- Non ti sopporto più, basta, me lo faccio ugualmente, il tatuaggio, con o senza il tuo permesso. ù.ù. Però poi ti arrabbi troppo, uffi, e ora che faccio… Sono abbastanza responsabile, secondo me, per farmi un tatuaggio, mi prendo sempre cura delle miei cose, ho sempre aiutato sia te che mamma, e ora perché non vuoi?? Sì, per te posso essere ancora la tua piccolina, ma, papiii, io non sono più la bambina di una volta che si metteva il dito in bocca. Sono grande ormai, e ora abbiamo litigato, e tutto per un piccolo, semplice ed inutile tatuaggio che non si vedrà neanche? Papà, ti giuro che se mi dai la possibilità di tatuarmi, farò tutto quello che vuoi, dove vuoi, quando vuoi e come vuoi, anche a costo di svegliarmi la mattina presto alle due. Ti prego, accontenta una povera ragazza!! :-((( Ci tengo molto a questa cosa, è e sarà il segno indelebile della mia amicizia con Mariateresa. Lo so, forse, non te ne importa niente, ma per me l’amicizia di Mariateresa è molto importante!

DIARIO DEL PADRE
Heeeee sì, i soliti capricci di una ragazzina, ormai non li sopporto più. Tutti giorni la stessa storia, non ne posso più, basta. Non capisco proprio cosa ha di tanto speciale uno stupido cuore tatuato sul braccio…
Samantha, sei ancora una ragazzina, non voglio che un liquido strano tocchi la tua pelle liscia e vellutata! E se poi litighi con Mariateresa, come la mettiamo? Un tatuaggio per niente! E daiiiii… Quello che voglio capire è cosa c’è di speciale in questo tatuaggio. Cosa? Coosa? Perché dobbiamo fare tante storie per qualcosa di così inutile? Samantha, basta, finiscila, lo sai che non mi intenerisci per niente con quei tuoi sguardi da cane bastonato! Invece di un tatuaggio non potevi desiderare qualcos’altro? Un cellulare nuovo, un paio di scarpe alla moda oppure quel vestito azzurro che ti piace tanto… Io so che se ti concedo la possibilità di farti un tatuaggio, invece di prenderti solo un dito ti prenderai anche il braccio e questo non va bene.
E va bene, te lo farò fare, ma a condizione che non litigheremo più per queste sciocchezze. Ah, e … ti voglio bene, figlia mia!!

ELLEMME

venerdì 14 ottobre 2011

ANALOGIA di LIBERTÀ - di Mariaserena

Analogia di libertà in una giornata di vento
Mareggiata
Ascoltalo ora batte
su vetri e le persiane
con le onde già combatte
maestose battaglie,
spezza le resistenze
delle gomene e libera
la schiavitù del porto:
è la natura, è il vento.

E’ un’avventura, è il sogno
dell’andare da soli;
è la libera forza
che spinge via dai moli,
che suggerisce luoghi
sconosciuti e lontani
e il non aver paura
di pensare al domani.

Come quel vento audace
spezza, trascina e piega
e scopre un cielo nuovo
ed il vecchio rinnega
anche la nostra vita
sperimenti la luce
d’un pensiero inusato
d’un sentire che, volo,

vive se si sprigiona
e al vento s’abbandona.


venerdì 7 ottobre 2011

Racconto - Impressione d'Autunno

cielo ottobre
Autunno: dalle brevi
sere rossastre a stracci
di nubi frammentate
da voli e da filacce
di luci ancora accese
nel cielo pitturato 
che stringe all’orizzonte
masse di nubi come
matasse o scialli in lana
a prevenir per tempo
la presta tramontana.
mariaserena

giovedì 29 settembre 2011

I BRUTTI ANATROCCOLI


Purtroppo nel mondo c’erano, ci sono e ci saranno sempre i brutti anatroccoli! A chi mi riferisco? A quelle persone escluse da ogni gruppo, da ogni minimo insieme, che non vengono mai accettate da nessun cigno. A volte, anzi direi spesso e volentieri, i motivi sono molto infantili e riguardano l’intelligenza, l’altezza, la bellezza…
Ci sono degli individui che nella vita svolgono dei ruoli come essere figli o andare a scuola. Questi individui però non sono mai la vita per qualcuno, persone con cui stare bene. A volte anche io avrò escluso delle persone, o sarò stata a mia volta esclusa, ma questo non è accaduto frequentemente. Io infatti l’esclusione la considero un’azione crudele ed offensiva.
Sì, tutti siamo diversi per quanto riguarda il carattere, gli occhi e i capelli, la bocca, ma tutti abbiamo comunque un cuore, chi lo sfrutta e chi no, due piedi, due braccia, due occhi, un corpo.
Le persone che vengono escluse, si considerano simili a fantasmi che, pur essendoci, vengono ignorati perché invisibili.
Tutti crediamo, inoltre, che chi dobbiamo accogliere deve essere perfetto, soprattutto all’esterno. Ci interessa che chi incontriamo sia bello fisicamente. Di come è dentro ci interessa poco, tanto ciò che conta è l’aspetto esteriore!
La domanda che ognuno di noi si deve porre è la seguente: MA IO SONO COSI’ PERFETTO COME VOGLIO CHE LO SIANO GLI ALTRI? Qualche volta si farebbe bene a ragionare, pensare prima di agire!!!!
Rosyprincess99

martedì 27 settembre 2011

I PRIMI GIORNI DI SCUOLA


I primi giorni di scuola sono come un passaggio dall’allegria al dolore, dal bianco al nero, insomma un cambiamento radicale. Spesso ho paragonato la scuola all’Inferno di Dante per dare l’idea delle classi presenti nella scuola. Non parlo di classi intese come Prima A o Prima B, ma parlo di vere e proprie classi sociali come quelle degli intelligenti/secchioni e dei prepotenti/bulli.
In pratica, si rientra in un ambiente che, seppur scioccante all’inizio, alla fine riesce ad accogliere.
La scuola può essere bella per alcuni, terribile per altri.
Per me è molto difficile stare a scuola per il fatto che a volte mi sento molto emarginato.
Ci sentiamo dire che dobbiamo andare a scuola per forza, spesso cerchiamo scappatoie ma, nonostante questo, non riusciamo a smettere di frequentarla perché non riusciamo a frenare la voglia di imparare, di diventare superiori ai nostri modelli (genitori, fratelli…).
I primi giorni di scuola possono essere tristi, felici, difficili, facili. Sono cose che non si possono raccontare a parole. L’unico modo per comprendere certe cose è viverle. Per questo è importante andare a scuola, per non perdere nemmeno un minuto della nostra vita.
ONE PIECE 99

lunedì 12 settembre 2011

Imparare, dai nostri ragazzi




Ho imparato da te molte cose ragazza...

E mentre ti scrivo vedo il tuo viso perplesso e i tuoi occhi curiosi, vedo i tuoi capelli che scendono sulla fronte mentre ti chini sul diario dove scrivi e disegni mentre io parlo con tutti e ciascuno; vedo le tue spalle nascondersi dietro al compagno del banco davanti, vedo il tuo banco sparso di quaderni e le mani veloci che nascondono uno specchio nell’astuccio.
Ho imparato molte cose da te che della vita avresti dovuto saperne meno di me. Ma non era sempre così.
Per questo ti penso spesso e se mi capita sono felice di rincontrarti, anche in un sms o in un social network dove metti le tue foto di adesso, quelle delle tue esperienze e del tuo lavoro, quelle dei tuoi attimi di riflessione o quelle di cose e persone, quelle delle tue facce buffe e serie e, qualche volta, quelle dei  tuoi amori o dei tuoi bambini.
Vedo che per te le cose che sapevi (e io di te non sapevo) germogliavano e si facevano strada, capisco che le tue spalle chine sul compito, il tuo ripassare frettoloso, le occhiate dei vicini di banco, le incomprensioni con le amiche, le grossolanità di qualche compagno, gli sguardi troppo indugiati di qualche adulto (che ho odiato difendendotene) vedo che tutto questo non ti ha cambiata, ma ti ha fatta crescere.
Ti vedo, come fosse oggi, nel tuo banco, ansiosa per una interrogazione di matematica; ti vedo felice programmare la gita, ti vedo addentare la pizza a quindici anni e raccogliere le gocce di yougurt a diciotto, ti vedo sempre più bella e curata; ti vedo crescere e imparare a capire; ti vedo rinunciare a ciò che è anche troppo facile credere ed accettare per uscire dalla schema.
Vedo soprattutto i tuoi occhi illuminarsi: “Ho capito! ecco perché … ecco cosa intendeva prof ”.
E sento il tuo abbraccio un po’ timido: “grazie!”
Quanto ho imparato da te ragazza mia, quante cose che la mia vita non aveva nemmeno sfiorato: quante verità che noi corazzati e pieni di noi stessi vogliamo ignorare per affermare delle irrinunciabili ma presunte verità.
Per me tu sei sempre quella ragazza che mi ha guardato negli occhi: prima curiosa, a volte contrariata, diffidente; poi più attenta e ironica, poi finalmente fiduciosa. Tu sei stata quella che trovava la parola giusta per il compagno intrattabile e violento o che frenava quello aggressivo, ma che non sopportava le ingiustizie. E lo sapevi spiegare anche a me.
Sei quella che ha gettato un ponte verso il suo futuro portandosi nel cuore tutto, tutto.
Grazie piccola amica. Quanto ho imparato da te. Grazie.

Ho imparato tanto anche da te, ragazzo.

Ci siamo incontrati nella tua adolescenza che volgeva all’età adulta: né bambino né uomo e nemmeno adolescente.
Un miscuglio disordinato e caotico alla ricerca di sé.
Un magma impetuoso e trattenuto, che solo a tratti trovava la sua strada.
Ho visto come si diventa grandi osservando quello che ai più sembra solo insofferenza, irritabilità e incoerenza.
Forse tu sapevi più quello che non volevi di quello che volevi.
Ma non eri disposto a trattare su nulla.
Ho amato l’ostinato difendersi della tua libertà ed ho temuto la tua imprudente voglia di provare tutto. Ho capito che non avresti mai potuto rinunciare alle tue sfide, e ho visto che disprezzavi quelli che si piegavano per interesse.
Ho imparato che per te la prepotenza degli adulti incitava al confronto e il sussiego di chi insegna era una manifestazione del ridicolo; ho capito che avevi ragione a giudicare “un buffone” chi ammannisce ai ragazzi una vecchia cultura svuotata.
Ho imparato che non ti lasci ingannare, e che il tuo istinto ti guida dove l’esperienza ti manca.
Ho imparato che quell’istinto ti fa afferrare per la gola la menzogna, ma si sa intenerire di fronte alla sincerità dell'affetto.
Ragazzo mio ti vedo; come se fossi adesso qui nel tuo banco dove non sapevi stare da solo e che trascinavi rumorosamente per accostarti agli altri.
Ti vedo mentre insegui quello che c’è fuori: attratto i rumori e le luci che entrano dalle finestre. Per te la scuola non era mai tutto, per te la tensione era sempre verso l’oltre, il fuori; verso quello che c’è oltre le mura e le porte chiuse.
Ti vedo e capisco che avevi ragione tu: cercare e tendere all’oltre.
Oltre, sì oltre, ci sono le passioni e i desideri forti, quelli che inseguivi e che spero continuerai ad inseguire sempre.
Questo, e molto altro, ho imparato da te, ragazzo fino a ieri disordinato, caotico e prepotente, e poi all’improvviso perso e di nuovo ritrovato. Uomo.
Grazie ragazzi.

Buon anno scolastico.


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mercoledì 27 luglio 2011

Ecco perchè difendo la vita - di Mariaserena



disegno mari b 0064
Perché difendo la vita?
Si attraversano fasi della vita, o anche solo attimi, in cui ci si rende conto che la nostra presunzione di conoscenza, la nostra propensione a sentenziare sono davvero fuori luogo e che sarebbe importante risalire all’essenziale, a ciò che è davvero indispensabile, a quello che conta e che ci accomuna.
A me è recentemente accaduto di cogliere queste sensazioni due volte: la prima è durata un attimo; la seconda è durata molto perché ha riguardato una lunga fase della vita, e non solo della mia.
In un attimo ho assistito ad una scena: che mi ha violentemente colpito: una giovane mamma, accompagnata da tre bambini, si trovava in fila alla cassa di un supermercato. Tre bambini: due maschi uno piccolo infilato nel carrello della spesa, uno di 8-9 anni e una bambina che avrà avuto cinque-sei anni: bellissima, bionda e con i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo. La mia attenzione di un attimo si è fermata sul gesto della mamma che, innervosita da qualcosa che la bimba aveva fatto, l’ha strattonata brutalmente afferrandola per la coda di cavallo. La testa della bambina si è piegata violentemente all’indietro, gli occhi si sono riempiti di lacrime ma la bimba non ha gridato né pianto, né ha reagito. Ha chinato la testa. Contemporaneamente il ragazzino grande, indisturbato, simulava di prendere a cazzotti il piccolino nel carrello, e qualche botta arrivava, ma anche il piccolino rimaneva muto, immobile e chinava la testa senza reagire. Mi sono sentita male; e, come se una lastra di pietra mi avesse colpito improvvisamente nel cuore, non sono riuscita nemmeno, per molti giorni, a raccontare quello che avevo visto. La “mamma” subito dopo la violenza inflitta alla piccola si è messa a cercare solidarietà (e non le è mancata) da una vecchia signora in fila accanto a lei lamentando : “non hai un momento di pace, tutto il giorno è così”; e la vecchia, perdonatemi, ma non trovo parole più gentili, odiosa, ha rincalzato: “Solo chi non lo prova non lo capisce”. 
Io invece penso di aver capito: entrambe odiavano la vita.
Proprio qualche giorno dopo questo episodio è accaduto il secondo evento che mi ha messo do fronte a quello che siamo o potremmo essere: mio padre, molto anziano e sofferente da anni, ma dalla famiglia amato e seguito, è stato accompagnato al pronto soccorso per un malore che, anche al medico curante, era apparso subito gravissimo. Al pronto soccorso: ore di attesa, esami sommari (il cui esito risulta dal referto anche contraddittorio) e l’intimazione di portarlo a casa: “Lei si vuole liberare di suo padre” è stata l’accusa del medico a chi si era completamente dedicato per anni e anni alla cura dei genitori. Mio padre, sbattuto a forza in ambulanza, è tornato a casa in gravi condizioni, respirando a fatica, impossibilitato a qualsiasi movimento; ma chiudo qui la descrizione penosa. Dopo pochissimi giorni, ricoverato nuovamente d’urgenza, è morto. No, non ci volevamo liberare di lui e ci manca anche se nemmeno speravamo che potesse vivere a lungo; ma che gli fosse risparmiata sofferenza e fosse assistito adeguatamente sì.
Ecco perché difendo la vita. La vita dei piccoli e quella degli anziani è simile a quella delle persone, per vario motivo, inabili o impediti a prendersi cura consapevole di se stessi. Ma quella vita è pur sempre un dono, e non può essere delegata alla valutazione della bilancia delle opportunità, delle utilità, degli interessi personali e, diciamolo pure, dell’arbitrio (ragionato o non, equilibrato o isterico, razionale o pregiudiziale) di nessuno.
La vita appartiene alla persona. Quella particolare persona (vecchia o piccola, sana o non in salute che sia) può darci gioia o preoccupazioni, ma non è cosa nostra né cosa di un medico di guardia o di una vecchia signora in fila al supermercato o di una mamma instabile e nervosa.
Difendo quella vita. La difendo rivendicandone il valore intrinseco perché in vario modo è minacciata, è fragile, è incompresa; perché ci rappresenta tutti, perché è un diritto.
La difendo perché se noi non rispettiamo una vita (di un bimbo, di una persona fragile o debole, di un vecchio o di chiunque) spezziamo qualcosa di importante che tutti ci lega e manchiamo di rispetto a tutta la vita, che ci è stata gratuitamente donata e di cui non possiamo pensare di fare quello che ci pare, specialmente quando non è la “nostra”.

giovedì 30 giugno 2011

LA GUERRA DEI MONDI



Un alunno/gladiatore/rambo combatte contro cattiva organizzazione e compiti a casa. In suo aiuto accorrono gite, cultura teorico-pratica, lavoro in classe e divertimento. I compiti a casa, colpiti con mitra e lanciafiamme, spalancano gli occhi, quasi meravigliati dell’attacco mortale. Più in là la cattiva organizzazione, ancora in piedi, viene raggiunta da frecce e colpi di pistola.

Nell’arena scolastica l’alunno/gladiatore/rambo lotta per la sopravvivenza.

giovedì 23 giugno 2011

POESIA del tempo del grano - di Mariaserena


Cantano le cicale nel tempo del grano



Se sordo è il canto, e la cicala assidua
assorbe l’aria mentre il sole sale
non chiederti il perché e non cercare
dove finisce il tempo quando passa.

Speravi avere tempo, e rimandavi
sicura che un tesoro accumulato
domani avresti certo ritrovato
e speso a mani aperte e illimitate.

Non è così, ma la cicala canta
e il tempo passa e sfugge dalle dita.
Ecco il presente, non lasciarlo andare
ma assaporalo piano come un frutto

e dopo, lento, leccati le dita.
Porti il tesoro dentro al cuore
tutto: ricordi, amore, vita, tempo perso
e lascia che vi penetri anche il sole.

venerdì 17 giugno 2011

QUESTIONE DI DAZIO


Mi sono sempre chiesta se e in quale misura assegnare compiti a casa. Domanda retorica, senza alcun dubbio, visto che esistono precise disposizioni che fanno “chiarezza” sull’argomento.

Rimando me stessa alle seguenti fonti:
1) Circolare Ministeriale 20 febbraio 1964, n. 62 avente come oggetto i compiti scolastici da svolgere a casa e in classe;
2) Circolare Ministeriale 30 ottobre 1965, n. 431 avente come oggetto le interrogazioni parlamentari concernenti i compiti scolastici da svolgere a casa;
3) Circolare Ministeriale 14 maggio 1969, n. 177 avente come oggetto il riposo festivo degli alunni e i compiti scolastici da svolgere a casa;

Non ci sono dubbi, la legge parla chiaro: sia pure con le dovute cautele, i compiti a casa vanno assegnati.
Eppure, nonostante tutto, io continuo ad avere dei dubbi.
Mi chiedo, ad esempio, quale tipo di rapporto esista tra qualità dell’insegnamento e quantità di compiti assegnati per casa.
Comincio a pensare che il rapporto sia inversamente proporzionale...
Però, mi dico, se il mio è un insegnamento di qualità, che bisogno ho di assegnare compiti da svolgere a casa? Ma forse il mio non è un insegnamento di qualità... (E' bene che questa cosa me la segni sull'agenda...) Ma no, che stupida che sono a contorcermi le sinapsi! Perché non ci ho pensato prima? Bisogna pure che in qualche modo i ragazzi consolidino, recuperino, siano eccellenti... a casa!
...Comunque è il caso che mi rilegga le circolari ministeriali, in questo momento sono un po’ confusa…
Però, in attesa di recuperare e consolidare anche le mie conoscenze e giusto perché mi piace soffrire, voglio provare a fare un altro ragionamento.
E se, mi chiedo, pur in presenza di un insegnamento di qualità,non riesco a “fare tutto” ciò che ho scritto da qualche parte nella mia programmazione? (Bisognerà che mi appunti anche questa cosa sull'agenda: casomai mi dovessero chiedere che cosa significa insegnamento di qualità, mi scoccerebbe essere impreparata...) Beh, se proprio non ce la faccio a fare tutto, allora non mi rimane che trasferire alla famiglia la responsabilità di completare il mio lavoro. Ma così facendo, non autorizzo tacitamente i genitori a sostituirsi a me? Dubbio davvero amletico.
Forse devo rileggermi le circolari ministeriali, ma non ne ho davvero voglia perché in questo momento sono ulteriormente distratta da un altro pensiero.
Non è che anche l’istituzione scolastica si è messa ad esigere il dazio? Quello dei compiti, ovviamente.
Beh, a questo punto vado a rileggermi le circolari, ma un pensiero mi frulla per la testa: a chi appartiene il tempo dei ragazzi quando non sono a scuola?
Vediamo se me lo dicono le circolari….

Fermina Daza